Dicono che «con la cultura si mangia». Io dico che la cultura non va solo mangiata: va divorata.
Purtroppo continuiamo ad assistere a un lento e inesorabile disinvestimento nel settore. Il motivo? Si parte quasi sempre dal presupposto errato che le risorse destinate alla cultura siano «a fondo perduto», un costo a perdere senza un ritorno monetario immediato.
Si dimentica, però, il valore fondante della cultura: creare consapevolezza. Un popolo che fruisce di arte, storia e pensiero sviluppa capacità d'analisi, spirito critico e la facoltà di prendere decisioni libere. Il ritorno sull'investimento culturale non si misura in bilanci d'esercizio, ma nella lucidità con cui una comunità sa guardare il presente e scegliere il proprio futuro.
A chi si riempie la bocca sventolando l'impatto economico della cultura solo per giustificare scelte politiche o marchettate locali, va ricordata una cosa: l'efficacia di un'iniziativa culturale non si calcola solo dallo sbigliettamento.
Il vero indicatore di successo è un altro: quanti, tra coloro che ne hanno usufruito, sono riusciti a trasformare quel bagaglio in un vantaggio competitivo umano, professionale e sociale?
Lo Stato dovrebbe trattare la cultura esattamente come fa con la scuola pubblica. Servono capitoli di spesa dedicati con l'unico obiettivo di fornire strumenti di crescita ai cittadini. Nessun ritorno economico diretto, ma un investimento strutturale per elevare il capitale sociale e umano del Paese. È qui che si misura la visione politica: c'è chi lavora per formare cittadini capaci di generare valore e chi preferisce mantenere una popolazione impoverita e facilmente manovrabile.
Nei comuni l'asticella del dibattito precipita tragicamente verso il basso. Le amministrazioni locali hanno quasi del tutto smesso di investire in cultura d'impatto, preferendo drenare risorse verso il mero intrattenimento: la sagretta di turno, la serata paesana, i fuochi d'artificio. Effetti speciali a consumo rapido che non lasciano nulla, non creano valore e si spengono insieme all'ultimo boato nel cielo.
La cultura non serve a «far mangiare» chi la strumentalizza per fare cassa o consenso. La cultura deve essere messa al servizio della collettività, nelle condizioni di massimo accesso e fruibilità possibili, affinché chiunque — a prescindere dal portafoglio, dal ceto o dalla famiglia di origine — possa sedersi a quella tavola e nutrirsi liberamente.