venerdì 17 aprile 2026

Scicli Teatro Vivo: la bellezza ferita e quella ritrovata

 


Esiste una forma di distruzione che arriva in silenzio, si insinua tra le pietre, attraversa i secoli, cancella tracce. 

Poi, all’improvviso, lascia un vuoto.


È la ferita della bellezza. Quando una guerra investe una città, insieme alle vite si spezzano anche i luoghi che tengono unite le persone: spazi di memoria, simboli condivisi, architetture che custodiscono identità.


Una chiesa, una moschea, una piazza, un teatro. Un affresco. Una pietra levigata dal tempo.


Ogni perdita riguarda molto più della materia. Dentro quei luoghi vive il legame tra passato e futuro.


Senza memoria si smarrisce la direzione. Senza bellezza, anche la sopravvivenza appare più fragile.


Negli ultimi anni, immagini di cupole ferite, siti archeologici ridotti in polvere, musei violati hanno attraversato il mondo.


In quei frammenti si legge qualcosa di più profondo: una frattura nell’anima delle comunità.


Dopo la Seconda guerra mondiale, una promessa aveva preso forma: custodire la cultura come bene universale, come fondamento di pace.


Oggi quella promessa chiede nuova forza, nuove mani, nuovi luoghi.


E allora nasce una domanda: che valore assume la cultura mentre altrove tutto crolla?


Proprio in quel momento, la risposta diventa ancora più chiara.


Ogni luogo che genera bellezza rappresenta un atto di resistenza.

Ogni spazio che accoglie e racconta diventa una scelta.

Ogni comunità che investe nella cultura afferma con forza la propria umanità.


Da qui prende vita il nostro nuovo progetto Scicli Teatro Vivo.

mercoledì 25 marzo 2026

Firme scolorite e sogni intatti


Esistono luoghi senza nome che ci appartengono per diritto di memoria. Sono quei rifugi segreti dove un tempo – un tempo che oggi sembra lontanissimo – andavamo a nasconderci dal mondo per imparare a guardarlo.

Uno di quei luoghi era un altare di cemento e vento. Ci andavamo nei giorni di ribellione per scoprire la vita. Da lì, la città si srotolava ai nostri piedi come un tappeto di possibilità. Era il punto più panoramico, quello dove la vista non trovava ostacoli, lo stesso dove oggi alcuni turisti si mettono in posa per uno scatto da pubblicare sui social.


Ed è qui che scatta quella strana, irrazionale gelosia.

Vedi una foto di quel panorama sullo schermo del telefono e provi quasi fastidio. Ti verrebbe da scrivere nei commenti: “Attento, quel luogo è mio. Quell’angolo di muretto ha ascoltato i miei primi desideri di fuga, il brivido di un bacio sperato e il sogno di come spiccare il volo”. 


Per loro è uno sfondo. Per me il perimetro dell’oggi.


Qualche giorno fa ci sono tornato, dopo secoli. Ho cercato il segno, la prova. E l’ho trovata. Una firma lasciata sulla parete, in mezzo a mille altre scritte. Era un po' scolorita, stanca, ma ancora lì.


Ritrovare quel nome è stato come un cortocircuito. In un mondo dove tutto cambia, dove le città si trasformano e noi invecchiamo, quella traccia d'inchiostro è rimasta a fare la guardia ai miei sogni di allora. Come a dire: “Puoi anche aver volato lontano, ma questa è la tua casa”.


Mentre osservavo quella firma, ho pensato a quanto sia potente l'idea di lasciare un segno. Non serve il marmo dei monumenti; a volte basta un pezzo di carbone per fermare il tempo.


Sopra i tetti e le ore di matematica perse, scrivevamo i nostri nomi per non sentirci piccoli. 

Il paese era un mare da navigare e quella firma l'ancora che teneva fermo il mondo, mentre noi, immobili, cercavamo di volare.


C’è una bellezza malinconica nel sapere che i tanti sconosciuti oggi affollano "il mio" posto non vedranno mai ciò che ho visto io. Loro scattano una foto al paesaggio; io guardo attraverso quel muro. Loro vedono l'orizzonte, io vedo il punto esatto in cui sono nato.


Quella firma scolorita non è solo vandalismo adolescenziale. È la prova che, almeno una volta nella vita, siamo stati padroni del tempo e dello spazio.

domenica 1 marzo 2026

Non si può sognare in piccolo



L’altro giorno, durante una conversazione con una studentessa dell’ultimo anno delle superiori, alla domanda su cosa volesse fare il prossimo anno, incerta sulla facoltà da scegliere, ha risposto: “Forse andrò a fare la commessa in un supermercato”.

Il giorno dopo, un genitore scriveva su Facebook, con tono soddisfatto, rivolgendosi a chi criticava l’apertura di un nuovo fast food in zona: “Però non tenete in considerazione i posti di lavoro che creerà per i nostri figli”.

Premetto una cosa importante: è normale che qualcuno debba fare questi lavori. Sono lavori dignitosi, necessari, fondamentali per il funzionamento di intere aziende. Lavori comuni, che apparentemente non richiedono specializzazione. Apparentemente, appunto. Perché in realtà rappresentano spesso il cuore pulsante delle imprese, e se solo le aziende sapessero valorizzarli davvero, li riconoscerebbero come ruoli strategici e non marginali. Ma questo è un altro discorso.

Il punto qui è un altro.

Il punto è che né uno studente né un genitore dovrebbe sognare così in piccolo.

Non si tratta di giudicare le scelte individuali. Si tratta di interrogarsi sulle aspettative collettive. Quando una ragazza di diciotto anni immagina il proprio futuro riducendolo a una soluzione immediata e sicura, forse non sta scegliendo: si sta proteggendo. E quando un genitore esulta per nuovi posti di lavoro di base, non sta celebrando un’opportunità, ma una garanzia minima in un contesto percepito come fragile e incerto.

Questo dice molto del tempo che stiamo vivendo.

Un tempo in cui il sogno non è più “diventare”, ma “sistemarsi”.

In cui l’orizzonte si accorcia e l’ambizione si piega alla prudenza.

Tempo fa si diceva ai ragazzi: “Studia per diventare quello che vuoi”.

Oggi, più spesso, il messaggio implicito è: “Trova qualcosa che ti dia sicurezza”.

È un passaggio culturale enorme: dal desiderio alla sopravvivenza.

E allora quella risposta della studentessa non parla solo di lei.

Parla di un clima diffuso, di un immaginario che si è ristretto, di un mondo adulto che fatica a trasmettere fiducia nel futuro. Se i giovani respirano precarietà, disillusione e sfiducia, imparano a sognare al ribasso per non restare delusi.

Ma i sogni, per loro natura, non dovrebbero essere prudenti.

Dovrebbero essere sproporzionati, ambiziosi, persino un po’ irragionevoli. Soprattutto a diciotto anni. Non perché si realizzeranno tutti, ma perché servono a orientare il cammino, ad alzare l’asticella, a spingere oltre i limiti percepiti.

Il vero problema non è che i nostri figli possano lavorare in un supermercato o in un fast food.

Il vero problema è quando quello diventa il massimo orizzonte immaginabile.

Forse la vera emergenza educativa oggi non è solo l’orientamento universitario, ma l’orientamento al desiderio. Insegnare ai ragazzi non soltanto quale lavoro fare, ma quanto possono osare immaginare per sé stessi.

Perché quando un giovane smette di sognare in grande, non è diventato realistico.

È diventato prudente.

E una società prudente difficilmente innova, crea, osa, cambia.

Il rischio più grande non è che i nostri figli facciano lavori semplici e dignitosi.

Il rischio è che non si sentano più autorizzati a diventare molto di più.

venerdì 13 febbraio 2026

La Maturità


La maturità non si incontra per caso.

Non è un appuntamento fissato dall’età, né un traguardo automatico che arriva con il passare degli anni. La maturità è un cammino. E, come tutti i cammini veri, si conquista passo dopo passo, spesso senza accorgersene, mentre si è ancora impegnati a capire dove si sta andando.


Ci sono strade facili: in pianura, in discesa, lisce, quasi invitanti. Su quelle si cammina senza fatica, si corre perfino. Eppure, su quei percorsi, raramente si incontra la maturità. Perché la maturità ama i sentieri impervi, quelli che ti costringono a fermarti, a riflettere, a respirare più a fondo. Vive nelle salite, nelle deviazioni inattese, nelle strade che all’inizio avresti voluto evitare.


Il nostro istinto, naturalmente, ci spinge verso il percorso più semplice. È umano: cerchiamo il sollievo, non lo sforzo; la certezza, non il dubbio; la sicurezza, non il rischio. Ma è proprio quando scegliamo la strada più comoda che rinunciamo, spesso senza saperlo, a crescere davvero. Perché la maturità non è figlia della comodità, ma della consapevolezza che nasce dallo scontro con la realtà.


La maturità non si regala e non si insegna. Non può essere un dono.

Si coltiva lentamente, quasi in silenzio, come un seme piantato dentro di noi. All’inizio non sappiamo nemmeno come curarlo: proviamo, sbagliamo, riproviamo. E ogni giorno lo innaffiamo con piccole gocce di vita vera — esperienze, errori, incontri, perdite, scelte difficili. Senza artifici, senza scorciatoie, perché ogni finzione ci allontana da ciò che siamo davvero.


La maturità è curiosità, quella che ti spinge a fare domande anche quando le risposte fanno paura.

Ma è anche consapevolezza: la capacità di accettare che non tutto si può controllare, che non tutto si può capire subito.


È fatta di paura, sì. E di sacrificio.

Perché crescere significa lasciare andare versioni più ingenue di noi stessi, abbandonare certezze comode, rinunciare a illusioni rassicuranti. È un piccolo lutto necessario, ogni volta. Ma è anche una nascita.


Mi piace pensare alla maturità come a una maniglia su una porta.

Non si apre con la forza, né con l’impazienza. Si apre con naturalezza, quasi senza accorgersene, quando siamo alla sua altezza. Qualcuno lungo il cammino può darci indicazioni, suggerimenti, esempi. Ma la mano che girerà quella maniglia sarà solo la nostra.


E forse, a dirla tutta, non ci sentiremo mai davvero pronti.

Crederemo sempre di dover capire ancora qualcosa, di dover sistemare un altro pezzo, di dover aspettare il momento giusto. Poi, un giorno, la vita ci metterà davanti a quella porta e, senza pensarci troppo, la apriremo. Solo dopo ci renderemo conto che quel gesto spontaneo era già maturità.


Perché, in fondo, la maturità non è smettere di avere dubbi.

È imparare ad agire nonostante i dubbi, ma senza improvvisare.

È scegliere dopo aver compreso, o almeno dopo aver provato a comprendere.


L’immaturità, invece, è l’impulso cieco: agire senza capire, reagire senza ascoltare, decidere senza assumersi la responsabilità delle conseguenze. È la fretta di vivere senza il coraggio di fermarsi a pensare.


La maturità non rende perfetti, ma più veri.

domenica 8 febbraio 2026

A chi appartengono i nostri giorni?


È una domanda che mi rimbomba in testa da settimane. Da quando Sorrentino l’ha messa in bocca al Presidente della Repubblica, in La Grazia.


Oggi ho deciso di fermarmi lì. E scriverci intorno.


C’è un'atra frase, nel film, che mi ha colpito e riportato ad essere figlio e padre allo stesso tempo: «Vi è un tempo in cui i figli devono seguire i genitori e uno in cui i genitori devono seguire i figli».


Forse è tutto qui. Il tempo. E il passaggio.


La Grazia è un film bellissimo perché non spiega. Ti accompagna.


C’è un tempo in cui non sappiamo di essere alberi. In quel tempo non vediamo gli altri alberi. Non li rispettiamo. Non perché siamo cattivi. Ma perché non ci riconosciamo.


Poi arriva un altro tempo. Vedi gli alberi in un altro modo, ti senti di rispettarli. Alzi lo sguardo. E senza accorgertene cambi modo di stare al mondo.


È la vita.

La vita che comincia. La vita che finisce.

Per alcuni, il senso della vita è che finisca.

Per me il senso della vita è donare vita. Donarla in modo che possa continuare. Che possa generare altro.

Forse i nostri giorni non ci appartengono. O forse sì, ma solo per un tratto.

Poi vanno restituiti.