domenica 11 gennaio 2026

Il Barocco come orizzonte: una DMO per guardare oltre



C’è un momento in cui le firme smettono di essere un atto formale e iniziano a pesare come una scelta.

È ciò che è accaduto ieri, quando cinque Sindaci della provincia più a Sud d’Italia (Ragusa, Modica, Scicli, Ispica e Santa Croce Camerina) hanno deciso di assumersi una responsabilità comune, avviando concretamente il percorso di costituzione di una DMO provinciale.

Non una semplice adesione, ma un patto di responsabilità per lo sviluppo turistico del territorio. Un segnale politico e culturale importante, perché riconosce finalmente che la competizione non è tra comuni vicini, ma tra sistemi territoriali capaci – o meno – di organizzarsi, raccontarsi e governarsi.


Parlare di DMO a livello provinciale può far sorridere, soprattutto in un contesto complesso e frammentato come quello siciliano. Ma se questo è il punto di partenza, ben venga. Perché il vero valore non sta nella scala amministrativa, ma nella volontà di costruire una visione condivisa e una governance stabile.


La DMO Enjoy Barocco può e deve diventare un esempio virtuoso di governance turistica, a livello regionale. Un modello fondato su una cooperazione reale e strutturata tra pubblico e privato, capace di superare i confini comunali e le logiche di breve periodo.


La firma della Presidente del Libero Consorzio Comunale e del Commissario della Camera di Commercio rafforza il valore istituzionale di questo percorso e ne amplia l’orizzonte. È il riconoscimento che lo sviluppo turistico non può più essere affrontato in ordine sparso, ma richiede responsabilità condivise, obiettivi misurabili e continuità nel tempo.


Come ha ben detto Daniele La Rosa, nel suo intervento, ora che il primo tassello è stato posato, serve perseveranza. La DMO non parte da zero. Esiste già una base di lavoro solida, costruita dal GAL Terra Barocca, che rappresenta un patrimonio operativo prezioso su cui accelerare: osservatorio turistico, portale di destinazione, podcast, progetti di mobilità, azioni di promozione e sperimentazioni già avviate. 


Tutto questo non va reinventato, ma messo a sistema.


Il vero salto di qualità, oggi, riguarda la governance e il coordinamento effettivo della destinazione.


La politica deve avere il coraggio di fare un passo indietro per consentire alla competenza di fare un passo avanti. Delegare a professionisti di alto profilo, selezionati e valutati sui risultati, non è una rinuncia al ruolo politico, ma il suo esercizio più maturo.


E dove i risultati non arrivano, è giusto assumersi la responsabilità delle scelte. È un principio semplice, ma imprescindibile. Vale per chi guida una DMO come per chi amministra un territorio: se altri sistemi crescono e funzionano, un motivo c’è.


In questa prospettiva, il percorso della DMO deve restare aperto e inclusivo. È auspicabile che entrino a farne parte anche Comiso, Pozzallo e i comuni montani della provincia – Giarratana, Chiaramonte Gulfi, Monterosso Almo – perché la vera sfida, nell’era della frammentazione, è presentarsi uniti sul piano della destinazione.


Un territorio dai mille colori e dalle tante peculiarità, capace di tenere insieme costa e entroterra, città barocche e paesaggi rurali, mare e montagna. Un mosaico riconoscibile da un’identità forte e condivisa: il Barocco.


Da qui il nome della destinazione: Enjoy Barocco.


Non uno slogan, ma una visione. Un invito a vivere il territorio come un’esperienza integrata, autentica e contemporanea. Perché solo unendo visione, competenza e responsabilità si può trasformare un potenziale straordinario in un progetto di sviluppo duraturo.

sabato 3 gennaio 2026

A chi vive il tempo a modo suo


In questi giorni il corpo mi ha chiesto una pausa e il tempo si è fatto più lento. È da qui che nascono questi auguri: senza botti e senza brindisi. Sono auguri che camminano piano, che bussano alle porte giuste e restano anche quando la musica si spegne.

Questo post è per augurarvi un buon 2026, a chi festeggerà e per chi attraverserà il tempo a modo suo.


Per chi ha capito presto che crescere non è una torta con le candeline, ma un equilibrio delicato tra desiderio e realtà. A voi va un augurio di dignità: possiate riconoscere il vostro valore anche quando sembra mancare qualcosa, perché ciò che conta davvero non si misura in ciò che si compra.


È per chi il compleanno lo celebrerà in silenzio, senza tanta gente intorno, senza una foto da condividere. Per chi teme che l’assenza di testimoni renda invisibile un passaggio così grande. Che il 2026 vi accompagni in questa scoperta: ogni rito è autentico quando nasce da dentro. E spesso è proprio nella solitudine che impariamo a riconoscerci.


È per chi cambierà strada convinta che l’amore venga prima di tutto. Per chi ha scelto una persona invece di una possibilità, restando nello stesso luogo, nello stesso habitat che un tempo desiderava lasciare. Vi auguro lucidità: che possiate continuare ad amare e, insieme, ascoltare quella parte di voi che chiede spazio, distanza, futuro. E che un giorno, se lo vorrete, possiate ripartire con la leggerezza di chi sa che ogni tempo ha il suo senso.


È per chi ha compreso, magari tardi, che generare una vita richiede più della chimica: chiede tempo, cura, presenza e due direzioni capaci di camminare insieme. A voi auguro di trasformare ogni consapevolezza in una soglia, mai in una sentenza. La vita resta fertile anche quando cambia forma.


Ed è per chi riconosce figli anche nei bambini degli altri. Per chi accoglie, insegna, protegge con rispetto. Per chi ama senza possesso e senza bisogno di lasciare tracce di sangue o di nome. Che il nuovo anno vi restituisca il senso profondo di ciò che già praticate: essere madre o padre è un gesto quotidiano di responsabilità, attenzione e presenza.


Questo è un augurio che invita alla verità. Alla fedeltà verso se stessi. All’apertura verso possibilità ancora invisibili e svolte che attendono solo il momento giusto.


Che il nuovo anno sia premonitore.

Non perché prometta miracoli o scorciatoie, ma perché sappia mettervi davanti a ciò che conta davvero.

Che vi sorprenda mentre scegliete, mentre restate, mentre ripartite.

E che, guardandovi indietro tra un anno, possiate riconoscervi in una cosa sola: nella fedeltà a ciò che siete diventati.


I panni stesi al sole sanno aspettare. Non chiedono altro che tempo, aria e luce. Forse anche io, entrando nel nuovo anno, chiedo la stessa cosa.


martedì 28 ottobre 2025

Il futuro del turismo in Sicilia passa dai cammini


Ragazzi, il futuro non è altrove. 

Non è nelle grandi città dove sembra che tutto accada, né nei social dove le vite scorrono alla velocità della luce.

Il futuro, quello vero, è qui. Nascosto nei sentieri che collegano un paese all’altro, nei profumi della terra baciata dal sole, nei paesaggi che cambiano a ogni curva.


Un pezzo di futuro può essere nei cammini.


In Sicilia non mancano le risorse. Ci sono colline che sembrano dipinte, antiche mulattiere che attraversano secoli di storia, borghi che conservano un’anima autentica.

Eppure, troppo spesso restano lì, invisibili anche a chi ci vive.

La verità è che non serve inventarsi nulla: serve solo guardarsi attorno con occhi diversi. 


Guardate l’esempio della Via dei Frati, ideata da Santo Mazzarisi, un percorso che attraversa il cuore dell’isola e unisce piccoli centri abitati a paesaggi di una bellezza disarmante.

Quel cammino ha dato voce a un territorio dimenticato, riattivando energie e relazioni, generando servizi, accoglienza e nuove idee. È la prova che un sentiero, se ben curato, può diventare una spina dorsale economica e sociale, capace di restituire senso e prospettiva a intere comunità.


Perché valorizzare i cammini?


Perché ci sono già, non bisogna inventarsi nulla, ma fare in modo di condividerli per far riscoprire la lentezza come risorsa, l’autenticità come forza, la natura come impresa.


Un cammino non è solo una strada: è un racconto che attraversa paesi, paesaggi e persone.

Significa riportare in vita antiche vie di transumanza, mulattiere e trazzere, trasformandole in esperienze che parlano di cultura, di identità e di futuro.


In un’epoca in cui il turismo cerca emozioni vere e non cartoline patinate, i cammini sono una risposta concreta: creano movimento sostenibile, valore diffuso e visibilità per territori dimenticati.


Ogni passo di un viandante è un’occasione per far girare l’economia locale, per far conoscere un prodotto, per raccontare una storia.

E più si cammina, più si genera un’economia “gentile”: quella che rispetta i luoghi, che non li consuma, ma li nutre.


Perché coinvolgere i residenti?


Un cammino vive solo se chi ci abita intorno lo sente proprio.

Senza i residenti, resta una mappa vuota.

Con i residenti, diventa una rete di umanità.


Coinvolgerli significa far sì che ogni casa, ogni piazza, ogni forno, ogni bottega diventi una tappa dell’esperienza.

Significa restituire orgoglio e appartenenza: far capire che la bellezza non è altrove, ma nelle proprie mani.


Un anziano che racconta una leggenda, una famiglia che prepara un pasto per i camminatori, un giovane che accompagna un gruppo tra i boschi, un artigiano che insegna un mestiere antico: sono tutti pezzi di un’unica narrazione che rende vivo il territorio.


E quando un paese diventa parte di una storia più grande, la gente non se ne va. Rimane.

Perché sente di contare, di essere parte di qualcosa che vale.


Perché per i residenti – giovani e meno giovani – l’ideazione dei cammini è un’opportunità?


Perché un cammino è, prima di tutto, un’idea che genera lavoro.

Dietro ogni percorso ci sono mappe da tracciare, segnaletiche da installare, strutture da sistemare, servizi da creare, esperienze da proporre.


Ogni attività legata ai cammini — accoglienza, ristorazione, artigianato, noleggi, guide, trasporti, comunicazione — può essere avviata con piccole risorse ma grande visione.


Per un giovane che sogna di restare, ma non sa come farlo, i cammini offrono un terreno fertile di possibilità.

Per un adulto che vuole reinventarsi, rappresentano un modo per riconvertire competenze e passioni.

E per tutti, sono un’occasione per lavorare insieme, creando reti e comunità di intenti.


Non è un turismo di massa: è un turismo che ascolta, che cammina piano, che lascia qualcosa e porta via il ricordo di un’umanità che altrove non trova più.


Ed è proprio questo il valore più grande: far rinascere la Sicilia da dentro, non con grandi opere o progetti calati dall’alto, ma con piccoli passi condivisi, uno dopo l’altro.


Un cammino unisce territori, storie, residenti e viaggiatori.


È un ponte tra chi parte e chi resta. È una promessa di rinascita.


Perché quando si rimette in cammino un territorio, si rimette in cammino anche la speranza.


Allora, ragazzi: non aspettate che qualcuno arrivi a salvarvi.

Guardatevi intorno, guardatevi dentro. Le vostre strade, i vostri sentieri, la vostra storia: tutto è già qui.


Costruire un cammino, proprio come qualsiasi impresa, richiede tempo, costanza e visione.


C’è un detto che conosciamo tutti: Roma non è stata costruita in un giorno.


E vale anche per i cammini, per i sogni, per i paesi che vogliono rinascere.

Serve pazienza per tracciare il primo sentiero, per vedere arrivare i primi camminatori, per far crescere le prime attività intorno.

Ma ogni passo, ogni gesto, ogni idea messa in pratica è una pietra che si aggiunge al grande mosaico di un futuro possibile.


Chi oggi comincia, anche solo con poco, sta già costruendo qualcosa di grande.

E un giorno, voltandosi indietro, capirà che la sua “Roma” — quel piccolo mondo che ha deciso di far rinascere — era già lì, sotto i propri piedi.


Bastava solo iniziare a camminare.



Grazie a Santo Mazzarisi e a Michelangelo di San Cataldo per l'ispirazione di questo post.

mercoledì 22 ottobre 2025

Dalle stelle alle stalle: il viaggio che, come ogni viaggio, può avere anche un ritorno


Viviamo in un tempo in cui il successo sembra l’unica misura del valore di una persona. Le carriere si costruiscono come cattedrali di vetro, lucenti e fragili allo stesso tempo. Si inseguono ruoli, riconoscimenti, titoli. Ci si convince che la vetta sia il punto d’arrivo, il traguardo che giustifica ogni sforzo. Eppure, quando il vento cambia direzione, basta poco perché quell’altura si trasformi in precipizio.


C’è un momento, per alcuni, in cui il potere, la visibilità e il privilegio svaniscono. Quando il clamore del pubblico si spegne e resta solo il rumore del proprio respiro, la vita si mostra nella sua forma più semplice — e più vera. È lì che si scopre cosa resta davvero di noi.


Molti temono la caduta come una condanna, ma può essere anche una rinascita. Ritrovare la propria misura, riconnettersi con il senso delle piccole cose, scoprire il valore di un lavoro umile, di un gesto quotidiano, di uno stipendio che basta appena per vivere, ma che permette di farlo con dignità. In un’epoca che confonde spesso l’apparenza con la sostanza, tornare alla realtà può essere il più grande atto di libertà.


È un percorso che richiede coraggio, perché implica spogliarsi dell’immagine costruita nel tempo e accettare la propria fragilità. Ma solo chi riesce a farlo può davvero dire di essere tornato a vivere.


C’è chi l’ha imparato a caro prezzo. Come Irene Pivetti, che un tempo sedeva sullo scranno più alto di Montecitorio, come presidente della Camera dei deputati, simbolo di potere e di ascesa fulminea. La più giovane presidente della Camera della storia repubblicana. Oggi lavora in una cooperativa che gestisce un ristorante sociale, guadagnando mille euro al mese.


Ha raccontato di non avere più i soldi per mangiare, di aver venduto tutto, anche i ricordi. Ma nelle sue parole non c’è vergogna. C’è consapevolezza. «Devo vivere oggi», ha detto.


E in quella frase c’è tutto: il coraggio di lasciarsi alle spalle il passato, di accettare la propria fragilità e di ritrovare, nel poco, il senso del tanto.


Forse la vera vittoria non è arrivare in alto.

È riuscire a restare in piedi quando tutto il resto cade. 


P.S.: Ho scelto questo titolo perché ogni caduta, in fondo, è un viaggio.

Dalle stelle alle stalle non è solo un modo di dire, ma un percorso umano che attraversa la gloria e la fragilità, la perdita e la riscoperta. Come ogni viaggio, anche questo può avere un ritorno — non verso ciò che si è stati, ma verso ciò che si è davvero.

Il ritorno non è quasi mai un tornare indietro. È un tornare a sé stessi.

E in quel ritorno, spesso silenzioso, c’è tutta la dignità del vivere.


mercoledì 24 settembre 2025

Il turismo si gioca nella mente, prima che nei luoghi


La scorsa estate si è avuta l’impressione che gli italiani siano rimasti a casa. Ma non è così: Albania, Grecia, Turchia, Spagna… tutte in crescita. Tutte hanno registrato una maggiore presenza di italiani.

Cosa significa? Che non stiamo perdendo viaggiatori per mancanza di voglia, ma forse per altri motivi che non sono la crisi economica, le infrastrutture o le difficoltà croniche, ma più semplicemente la mancanza di ospitalità.


Il marketing del turismo non è fatto solo di panorami e monumenti, ma di come una destinazione fa sentire chi la sceglie.


E nei mesi scorsi i social ci hanno restituito un’immagine imbarazzante:


2 € per tagliare un panino a metà;

2 € per scaldare un biberon;

26 € per due gin tonic;


Non sono episodi isolati: sono esperienze che si trasformano in percezioni negative che diventano virali. 


E quando il Brand Destinazione evoca queste sensazioni negative anziché esperienze stra-ordinarie, il danno è enorme.


Il turismo non è una battaglia fra destinazioni ma fra percezioni.


I viaggiatori non chiedono miracoli: chiedono esperienze sincere, qualità onesta, rispetto per il loro tempo e per il loro denaro. Vogliono sentirsi parte di un racconto, non numeri su un registro o “polli da spennare”.


Se percepiscono questo, racconteranno questo, scriveranno questo e contribuiranno a definire una destinazione.


Serve un cambio di prospettiva. Serve più professionalità, cura, attenzione al dettaglio. Serve la capacità di vedere con quel “terzo occhio” che apre lo sguardo a 420 gradi e ci permette di leggere i bisogni nascosti dietro ogni scelta di viaggio.


Il turismo è relazione, emozione, memoria. Non possiamo continuare a fare le stesse cose aspettandoci risultati diversi.