mercoledì 25 marzo 2026

Firme scolorite e sogni intatti


Esistono luoghi senza nome che ci appartengono per diritto di memoria. Sono quei rifugi segreti dove un tempo – un tempo che oggi sembra lontanissimo – andavamo a nasconderci dal mondo per imparare a guardarlo.

Uno di quei luoghi era un altare di cemento e vento. Ci andavamo nei giorni di ribellione per scoprire la vita. Da lì, la città si srotolava ai nostri piedi come un tappeto di possibilità. Era il punto più panoramico, quello dove la vista non trovava ostacoli, lo stesso dove oggi alcuni turisti si mettono in posa per uno scatto da pubblicare sui social.


Ed è qui che scatta quella strana, irrazionale gelosia.

Vedi una foto di quel panorama sullo schermo del telefono e provi quasi fastidio. Ti verrebbe da scrivere nei commenti: “Attento, quel luogo è mio. Quell’angolo di muretto ha ascoltato i miei primi desideri di fuga, il brivido di un bacio sperato e il sogno di come spiccare il volo”. 


Per loro è uno sfondo. Per me il perimetro dell’oggi.


Qualche giorno fa ci sono tornato, dopo secoli. Ho cercato il segno, la prova. E l’ho trovata. Una firma lasciata sulla parete, in mezzo a mille altre scritte. Era un po' scolorita, stanca, ma ancora lì.


Ritrovare quel nome è stato come un cortocircuito. In un mondo dove tutto cambia, dove le città si trasformano e noi invecchiamo, quella traccia d'inchiostro è rimasta a fare la guardia ai miei sogni di allora. Come a dire: “Puoi anche aver volato lontano, ma questa è la tua casa”.


Mentre osservavo quella firma, ho pensato a quanto sia potente l'idea di lasciare un segno. Non serve il marmo dei monumenti; a volte basta un pezzo di carbone per fermare il tempo.


Sopra i tetti e le ore di matematica perse, scrivevamo i nostri nomi per non sentirci piccoli. 

Il paese era un mare da navigare e quella firma l'ancora che teneva fermo il mondo, mentre noi, immobili, cercavamo di volare.


C’è una bellezza malinconica nel sapere che i tanti sconosciuti oggi affollano "il mio" posto non vedranno mai ciò che ho visto io. Loro scattano una foto al paesaggio; io guardo attraverso quel muro. Loro vedono l'orizzonte, io vedo il punto esatto in cui sono nato.


Quella firma scolorita non è solo vandalismo adolescenziale. È la prova che, almeno una volta nella vita, siamo stati padroni del tempo e dello spazio.

domenica 1 marzo 2026

Non si può sognare in piccolo



L’altro giorno, durante una conversazione con una studentessa dell’ultimo anno delle superiori, alla domanda su cosa volesse fare il prossimo anno, incerta sulla facoltà da scegliere, ha risposto: “Forse andrò a fare la commessa in un supermercato”.

Il giorno dopo, un genitore scriveva su Facebook, con tono soddisfatto, rivolgendosi a chi criticava l’apertura di un nuovo fast food in zona: “Però non tenete in considerazione i posti di lavoro che creerà per i nostri figli”.

Premetto una cosa importante: è normale che qualcuno debba fare questi lavori. Sono lavori dignitosi, necessari, fondamentali per il funzionamento di intere aziende. Lavori comuni, che apparentemente non richiedono specializzazione. Apparentemente, appunto. Perché in realtà rappresentano spesso il cuore pulsante delle imprese, e se solo le aziende sapessero valorizzarli davvero, li riconoscerebbero come ruoli strategici e non marginali. Ma questo è un altro discorso.

Il punto qui è un altro.

Il punto è che né uno studente né un genitore dovrebbe sognare così in piccolo.

Non si tratta di giudicare le scelte individuali. Si tratta di interrogarsi sulle aspettative collettive. Quando una ragazza di diciotto anni immagina il proprio futuro riducendolo a una soluzione immediata e sicura, forse non sta scegliendo: si sta proteggendo. E quando un genitore esulta per nuovi posti di lavoro di base, non sta celebrando un’opportunità, ma una garanzia minima in un contesto percepito come fragile e incerto.

Questo dice molto del tempo che stiamo vivendo.

Un tempo in cui il sogno non è più “diventare”, ma “sistemarsi”.

In cui l’orizzonte si accorcia e l’ambizione si piega alla prudenza.

Tempo fa si diceva ai ragazzi: “Studia per diventare quello che vuoi”.

Oggi, più spesso, il messaggio implicito è: “Trova qualcosa che ti dia sicurezza”.

È un passaggio culturale enorme: dal desiderio alla sopravvivenza.

E allora quella risposta della studentessa non parla solo di lei.

Parla di un clima diffuso, di un immaginario che si è ristretto, di un mondo adulto che fatica a trasmettere fiducia nel futuro. Se i giovani respirano precarietà, disillusione e sfiducia, imparano a sognare al ribasso per non restare delusi.

Ma i sogni, per loro natura, non dovrebbero essere prudenti.

Dovrebbero essere sproporzionati, ambiziosi, persino un po’ irragionevoli. Soprattutto a diciotto anni. Non perché si realizzeranno tutti, ma perché servono a orientare il cammino, ad alzare l’asticella, a spingere oltre i limiti percepiti.

Il vero problema non è che i nostri figli possano lavorare in un supermercato o in un fast food.

Il vero problema è quando quello diventa il massimo orizzonte immaginabile.

Forse la vera emergenza educativa oggi non è solo l’orientamento universitario, ma l’orientamento al desiderio. Insegnare ai ragazzi non soltanto quale lavoro fare, ma quanto possono osare immaginare per sé stessi.

Perché quando un giovane smette di sognare in grande, non è diventato realistico.

È diventato prudente.

E una società prudente difficilmente innova, crea, osa, cambia.

Il rischio più grande non è che i nostri figli facciano lavori semplici e dignitosi.

Il rischio è che non si sentano più autorizzati a diventare molto di più.