sabato 1 agosto 2026

La solitudine del fare



C’è un libro che non ho mai letto: La solitudine dei numeri primi. Eppure quel titolo mi ha sempre affascinato. Non so spiegare perché. Forse per familiarità, forse perché, in qualche modo, l’ho sempre sentito vicino.

La verità è che la solitudine non mi ha mai spaventato. Anzi, credo di non averla mai vissuta davvero. Non perché abbia sempre avuto qualcuno accanto, ma perché ho imparato che le assenze possono essere presenze. Ci sono persone che continuano ad accompagnarti anche quando non ci sono più fisicamente. Restano nei pensieri, nelle scelte, nelle parole che ti ritrovi a pronunciare senza accorgertene.


Oggi, però, mi sono reso conto che esistono diverse forme di solitudine.


C’è la solitudine dell’essere, e poi c’è la solitudine del fare.


La prima riguarda l’anima. La seconda riguarda la responsabilità.


È quella che ho conosciuto da imprenditore.

L’ho provata davanti a certi funzionari, quando una decisione gravava solo sulle mie spalle. L’ho provata con i consulenti, dai quali ti aspetti risposte che spesso non arrivano. L’ho provata con i collaboratori, quando capisci che alcune scelte, anche le più difficili, non puoi delegarle a nessuno.


Ci sono momenti in cui ti senti come su un’isola: tutto intorno è mare e non esiste alcun ponte che ti colleghi agli altri.


I numeri primi sono soli perché sono divisibili solo per se stessi e per uno. Gli imprenditori, forse, si somigliano un po': viaggiano a fianco ad altri, vicini ma distinti, spinti da un'indole che richiede il coraggio di stare in mezzo al mare, imparando a navigare anche quando attorno non c'è nessuna costa in vista.


Con il tempo impari a conviverci con questa caratteristica. La elabori. Diventa quasi un tratto del carattere. Del resto, non credo che avrei mai potuto fare il dipendente.


Ogni tanto, però, mi diverto a immaginare come sarebbe stata la mia vita. Un turno di lavoro che finisce a un’ora precisa. Le ferie programmate. La tredicesima, magari anche la quattordicesima. La tranquillità di sapere che il mese successivo arriverà uno stipendio.


Una vita scandita. La mia, invece, è sempre stata regolata da altre scadenze: quelle delle responsabilità.

Forse è anche per questo che non ho mai avuto una carta di credito di quelle che strisci oggi e paghi il mese dopo. 

Non per sfiducia nello strumento. Perché, in fondo, ho sempre preferito sapere immediatamente quanto costa una scelta.


Vale per i soldi, ma, soprattutto, vale per la vita.