Esistono luoghi senza nome che ci appartengono per diritto di memoria. Sono quei rifugi segreti dove un tempo – un tempo che oggi sembra lontanissimo – andavamo a nasconderci dal mondo per imparare a guardarlo.
Uno di quei luoghi era un altare di cemento e vento. Ci andavamo nei giorni di ribellione per scoprire la vita. Da lì, la città si srotolava ai nostri piedi come un tappeto di possibilità. Era il punto più panoramico, quello dove la vista non trovava ostacoli, lo stesso dove oggi alcuni turisti si mettono in posa per uno scatto da pubblicare sui social.
Ed è qui che scatta quella strana, irrazionale gelosia.
Vedi una foto di quel panorama sullo schermo del telefono e provi quasi fastidio. Ti verrebbe da scrivere nei commenti: “Attento, quel luogo è mio. Quell’angolo di muretto ha ascoltato i miei primi desideri di fuga, il brivido di un bacio sperato e il sogno di come spiccare il volo”.
Per loro è uno sfondo. Per me il perimetro dell’oggi.
Qualche giorno fa ci sono tornato, dopo secoli. Ho cercato il segno, la prova. E l’ho trovata. Una firma lasciata sulla parete, in mezzo a mille altre scritte. Era un po' scolorita, stanca, ma ancora lì.
Ritrovare quel nome è stato come un cortocircuito. In un mondo dove tutto cambia, dove le città si trasformano e noi invecchiamo, quella traccia d'inchiostro è rimasta a fare la guardia ai miei sogni di allora. Come a dire: “Puoi anche aver volato lontano, ma questa è la tua casa”.
Mentre osservavo quella firma, ho pensato a quanto sia potente l'idea di lasciare un segno. Non serve il marmo dei monumenti; a volte basta un pezzo di carbone per fermare il tempo.
Sopra i tetti e le ore di matematica perse, scrivevamo i nostri nomi per non sentirci piccoli.
Il paese era un mare da navigare e quella firma l'ancora che teneva fermo il mondo, mentre noi, immobili, cercavamo di volare.
C’è una bellezza malinconica nel sapere che i tanti sconosciuti oggi affollano "il mio" posto non vedranno mai ciò che ho visto io. Loro scattano una foto al paesaggio; io guardo attraverso quel muro. Loro vedono l'orizzonte, io vedo il punto esatto in cui sono nato.
Quella firma scolorita non è solo vandalismo adolescenziale. È la prova che, almeno una volta nella vita, siamo stati padroni del tempo e dello spazio.