L’altro giorno, durante una conversazione con una studentessa dell’ultimo anno delle superiori, alla domanda su cosa volesse fare il prossimo anno, incerta sulla facoltà da scegliere, ha risposto: “Forse andrò a fare la commessa in un supermercato”.
Il giorno dopo, un genitore scriveva su Facebook, con tono soddisfatto, rivolgendosi a chi criticava l’apertura di un nuovo fast food in zona: “Però non tenete in considerazione i posti di lavoro che creerà per i nostri figli”.
Premetto una cosa importante: è normale che qualcuno debba fare questi lavori. Sono lavori dignitosi, necessari, fondamentali per il funzionamento di intere aziende. Lavori comuni, che apparentemente non richiedono specializzazione. Apparentemente, appunto. Perché in realtà rappresentano spesso il cuore pulsante delle imprese, e se solo le aziende sapessero valorizzarli davvero, li riconoscerebbero come ruoli strategici e non marginali. Ma questo è un altro discorso.
Il punto qui è un altro.
Il punto è che né uno studente né un genitore dovrebbe sognare così in piccolo.
Non si tratta di giudicare le scelte individuali. Si tratta di interrogarsi sulle aspettative collettive. Quando una ragazza di diciotto anni immagina il proprio futuro riducendolo a una soluzione immediata e sicura, forse non sta scegliendo: si sta proteggendo. E quando un genitore esulta per nuovi posti di lavoro di base, non sta celebrando un’opportunità, ma una garanzia minima in un contesto percepito come fragile e incerto.
Questo dice molto del tempo che stiamo vivendo.
Un tempo in cui il sogno non è più “diventare”, ma “sistemarsi”.
In cui l’orizzonte si accorcia e l’ambizione si piega alla prudenza.
Tempo fa si diceva ai ragazzi: “Studia per diventare quello che vuoi”.
Oggi, più spesso, il messaggio implicito è: “Trova qualcosa che ti dia sicurezza”.
È un passaggio culturale enorme: dal desiderio alla sopravvivenza.
E allora quella risposta della studentessa non parla solo di lei.
Parla di un clima diffuso, di un immaginario che si è ristretto, di un mondo adulto che fatica a trasmettere fiducia nel futuro. Se i giovani respirano precarietà, disillusione e sfiducia, imparano a sognare al ribasso per non restare delusi.
Ma i sogni, per loro natura, non dovrebbero essere prudenti.
Dovrebbero essere sproporzionati, ambiziosi, persino un po’ irragionevoli. Soprattutto a diciotto anni. Non perché si realizzeranno tutti, ma perché servono a orientare il cammino, ad alzare l’asticella, a spingere oltre i limiti percepiti.
Il vero problema non è che i nostri figli possano lavorare in un supermercato o in un fast food.
Il vero problema è quando quello diventa il massimo orizzonte immaginabile.
Forse la vera emergenza educativa oggi non è solo l’orientamento universitario, ma l’orientamento al desiderio. Insegnare ai ragazzi non soltanto quale lavoro fare, ma quanto possono osare immaginare per sé stessi.
Perché quando un giovane smette di sognare in grande, non è diventato realistico.
È diventato prudente.
E una società prudente difficilmente innova, crea, osa, cambia.
Il rischio più grande non è che i nostri figli facciano lavori semplici e dignitosi.
Il rischio è che non si sentano più autorizzati a diventare molto di più.