venerdì 13 febbraio 2026

La Maturità


La maturità non si incontra per caso.

Non è un appuntamento fissato dall’età, né un traguardo automatico che arriva con il passare degli anni. La maturità è un cammino. E, come tutti i cammini veri, si conquista passo dopo passo, spesso senza accorgersene, mentre si è ancora impegnati a capire dove si sta andando.


Ci sono strade facili: in pianura, in discesa, lisce, quasi invitanti. Su quelle si cammina senza fatica, si corre perfino. Eppure, su quei percorsi, raramente si incontra la maturità. Perché la maturità ama i sentieri impervi, quelli che ti costringono a fermarti, a riflettere, a respirare più a fondo. Vive nelle salite, nelle deviazioni inattese, nelle strade che all’inizio avresti voluto evitare.


Il nostro istinto, naturalmente, ci spinge verso il percorso più semplice. È umano: cerchiamo il sollievo, non lo sforzo; la certezza, non il dubbio; la sicurezza, non il rischio. Ma è proprio quando scegliamo la strada più comoda che rinunciamo, spesso senza saperlo, a crescere davvero. Perché la maturità non è figlia della comodità, ma della consapevolezza che nasce dallo scontro con la realtà.


La maturità non si regala e non si insegna. Non può essere un dono.

Si coltiva lentamente, quasi in silenzio, come un seme piantato dentro di noi. All’inizio non sappiamo nemmeno come curarlo: proviamo, sbagliamo, riproviamo. E ogni giorno lo innaffiamo con piccole gocce di vita vera — esperienze, errori, incontri, perdite, scelte difficili. Senza artifici, senza scorciatoie, perché ogni finzione ci allontana da ciò che siamo davvero.


La maturità è curiosità, quella che ti spinge a fare domande anche quando le risposte fanno paura.

Ma è anche consapevolezza: la capacità di accettare che non tutto si può controllare, che non tutto si può capire subito.


È fatta di paura, sì. E di sacrificio.

Perché crescere significa lasciare andare versioni più ingenue di noi stessi, abbandonare certezze comode, rinunciare a illusioni rassicuranti. È un piccolo lutto necessario, ogni volta. Ma è anche una nascita.


Mi piace pensare alla maturità come a una maniglia su una porta.

Non si apre con la forza, né con l’impazienza. Si apre con naturalezza, quasi senza accorgersene, quando siamo alla sua altezza. Qualcuno lungo il cammino può darci indicazioni, suggerimenti, esempi. Ma la mano che girerà quella maniglia sarà solo la nostra.


E forse, a dirla tutta, non ci sentiremo mai davvero pronti.

Crederemo sempre di dover capire ancora qualcosa, di dover sistemare un altro pezzo, di dover aspettare il momento giusto. Poi, un giorno, la vita ci metterà davanti a quella porta e, senza pensarci troppo, la apriremo. Solo dopo ci renderemo conto che quel gesto spontaneo era già maturità.


Perché, in fondo, la maturità non è smettere di avere dubbi.

È imparare ad agire nonostante i dubbi, ma senza improvvisare.

È scegliere dopo aver compreso, o almeno dopo aver provato a comprendere.


L’immaturità, invece, è l’impulso cieco: agire senza capire, reagire senza ascoltare, decidere senza assumersi la responsabilità delle conseguenze. È la fretta di vivere senza il coraggio di fermarsi a pensare.


La maturità non rende perfetti, ma più veri.

domenica 8 febbraio 2026

A chi appartengono i nostri giorni?


È una domanda che mi rimbomba in testa da settimane. Da quando Sorrentino l’ha messa in bocca al Presidente della Repubblica, in La Grazia.


Oggi ho deciso di fermarmi lì. E scriverci intorno.


C’è un'atra frase, nel film, che mi ha colpito e riportato ad essere figlio e padre allo stesso tempo: «Vi è un tempo in cui i figli devono seguire i genitori e uno in cui i genitori devono seguire i figli».


Forse è tutto qui. Il tempo. E il passaggio.


La Grazia è un film bellissimo perché non spiega. Ti accompagna.


C’è un tempo in cui non sappiamo di essere alberi. In quel tempo non vediamo gli altri alberi. Non li rispettiamo. Non perché siamo cattivi. Ma perché non ci riconosciamo.


Poi arriva un altro tempo. Vedi gli alberi in un altro modo, ti senti di rispettarli. Alzi lo sguardo. E senza accorgertene cambi modo di stare al mondo.


È la vita.

La vita che comincia. La vita che finisce.

Per alcuni, il senso della vita è che finisca.

Per me il senso della vita è donare vita. Donarla in modo che possa continuare. Che possa generare altro.

Forse i nostri giorni non ci appartengono. O forse sì, ma solo per un tratto.

Poi vanno restituiti.

domenica 11 gennaio 2026

Il Barocco come orizzonte: una DMO per guardare oltre



C’è un momento in cui le firme smettono di essere un atto formale e iniziano a pesare come una scelta.

È ciò che è accaduto ieri, quando cinque Sindaci della provincia più a Sud d’Italia (Ragusa, Modica, Scicli, Ispica e Santa Croce Camerina) hanno deciso di assumersi una responsabilità comune, avviando concretamente il percorso di costituzione di una DMO provinciale.

Non una semplice adesione, ma un patto di responsabilità per lo sviluppo turistico del territorio. Un segnale politico e culturale importante, perché riconosce finalmente che la competizione non è tra comuni vicini, ma tra sistemi territoriali capaci – o meno – di organizzarsi, raccontarsi e governarsi.


Parlare di DMO a livello provinciale può far sorridere, soprattutto in un contesto complesso e frammentato come quello siciliano. Ma se questo è il punto di partenza, ben venga. Perché il vero valore non sta nella scala amministrativa, ma nella volontà di costruire una visione condivisa e una governance stabile.


La DMO Enjoy Barocco può e deve diventare un esempio virtuoso di governance turistica, a livello regionale. Un modello fondato su una cooperazione reale e strutturata tra pubblico e privato, capace di superare i confini comunali e le logiche di breve periodo.


La firma della Presidente del Libero Consorzio Comunale e del Commissario della Camera di Commercio rafforza il valore istituzionale di questo percorso e ne amplia l’orizzonte. È il riconoscimento che lo sviluppo turistico non può più essere affrontato in ordine sparso, ma richiede responsabilità condivise, obiettivi misurabili e continuità nel tempo.


Come ha ben detto Daniele La Rosa, nel suo intervento, ora che il primo tassello è stato posato, serve perseveranza. La DMO non parte da zero. Esiste già una base di lavoro solida, costruita dal GAL Terra Barocca, che rappresenta un patrimonio operativo prezioso su cui accelerare: osservatorio turistico, portale di destinazione, podcast, progetti di mobilità, azioni di promozione e sperimentazioni già avviate. 


Tutto questo non va reinventato, ma messo a sistema.


Il vero salto di qualità, oggi, riguarda la governance e il coordinamento effettivo della destinazione.


La politica deve avere il coraggio di fare un passo indietro per consentire alla competenza di fare un passo avanti. Delegare a professionisti di alto profilo, selezionati e valutati sui risultati, non è una rinuncia al ruolo politico, ma il suo esercizio più maturo.


E dove i risultati non arrivano, è giusto assumersi la responsabilità delle scelte. È un principio semplice, ma imprescindibile. Vale per chi guida una DMO come per chi amministra un territorio: se altri sistemi crescono e funzionano, un motivo c’è.


In questa prospettiva, il percorso della DMO deve restare aperto e inclusivo. È auspicabile che entrino a farne parte anche Comiso, Pozzallo e i comuni montani della provincia – Giarratana, Chiaramonte Gulfi, Monterosso Almo – perché la vera sfida, nell’era della frammentazione, è presentarsi uniti sul piano della destinazione.


Un territorio dai mille colori e dalle tante peculiarità, capace di tenere insieme costa e entroterra, città barocche e paesaggi rurali, mare e montagna. Un mosaico riconoscibile da un’identità forte e condivisa: il Barocco.


Da qui il nome della destinazione: Enjoy Barocco.


Non uno slogan, ma una visione. Un invito a vivere il territorio come un’esperienza integrata, autentica e contemporanea. Perché solo unendo visione, competenza e responsabilità si può trasformare un potenziale straordinario in un progetto di sviluppo duraturo.

sabato 3 gennaio 2026

A chi vive il tempo a modo suo


In questi giorni il corpo mi ha chiesto una pausa e il tempo si è fatto più lento. È da qui che nascono questi auguri: senza botti e senza brindisi. Sono auguri che camminano piano, che bussano alle porte giuste e restano anche quando la musica si spegne.

Questo post è per augurarvi un buon 2026, a chi festeggerà e per chi attraverserà il tempo a modo suo.


Per chi ha capito presto che crescere non è una torta con le candeline, ma un equilibrio delicato tra desiderio e realtà. A voi va un augurio di dignità: possiate riconoscere il vostro valore anche quando sembra mancare qualcosa, perché ciò che conta davvero non si misura in ciò che si compra.


È per chi il compleanno lo celebrerà in silenzio, senza tanta gente intorno, senza una foto da condividere. Per chi teme che l’assenza di testimoni renda invisibile un passaggio così grande. Che il 2026 vi accompagni in questa scoperta: ogni rito è autentico quando nasce da dentro. E spesso è proprio nella solitudine che impariamo a riconoscerci.


È per chi cambierà strada convinta che l’amore venga prima di tutto. Per chi ha scelto una persona invece di una possibilità, restando nello stesso luogo, nello stesso habitat che un tempo desiderava lasciare. Vi auguro lucidità: che possiate continuare ad amare e, insieme, ascoltare quella parte di voi che chiede spazio, distanza, futuro. E che un giorno, se lo vorrete, possiate ripartire con la leggerezza di chi sa che ogni tempo ha il suo senso.


È per chi ha compreso, magari tardi, che generare una vita richiede più della chimica: chiede tempo, cura, presenza e due direzioni capaci di camminare insieme. A voi auguro di trasformare ogni consapevolezza in una soglia, mai in una sentenza. La vita resta fertile anche quando cambia forma.


Ed è per chi riconosce figli anche nei bambini degli altri. Per chi accoglie, insegna, protegge con rispetto. Per chi ama senza possesso e senza bisogno di lasciare tracce di sangue o di nome. Che il nuovo anno vi restituisca il senso profondo di ciò che già praticate: essere madre o padre è un gesto quotidiano di responsabilità, attenzione e presenza.


Questo è un augurio che invita alla verità. Alla fedeltà verso se stessi. All’apertura verso possibilità ancora invisibili e svolte che attendono solo il momento giusto.


Che il nuovo anno sia premonitore.

Non perché prometta miracoli o scorciatoie, ma perché sappia mettervi davanti a ciò che conta davvero.

Che vi sorprenda mentre scegliete, mentre restate, mentre ripartite.

E che, guardandovi indietro tra un anno, possiate riconoscervi in una cosa sola: nella fedeltà a ciò che siete diventati.


I panni stesi al sole sanno aspettare. Non chiedono altro che tempo, aria e luce. Forse anche io, entrando nel nuovo anno, chiedo la stessa cosa.